Esiste “Privacy” nell’utilizzo della tecnologia ai tempi del COVID-19?

Esiste “Privacy” nell’utilizzo della tecnologia ai tempi del COVID-19?

Esiste “Privacy” nell’utilizzo della tecnologia ai tempi del COVID-19?

E’ oramai assodato come il Covid-19 abbia travolto e modificato per sempre il ruolo che la tecnologia svolge nelle nostre vite aprendoci così ad una nuova consapevolezza sulla protezione dei dati.

Nonostante il periodo d’emergenza e di assoluto caos nella quale ci siamo trovati da fine febbraio e inizio Maggio di quest’anno, il contesto di un Paese democratico come il nostro, ha contribuito ad evitare la compressione assoluta della protezione dei dati personali. Essa infatti è stata contenuta nei principi della Costituzione, in cui il diritto alla privacy certamente ha un rilievo primario.

 

Non a caso l’articolo 9 del GPDR prevede la possibilità di trattare alcune “categorie particolari di dati personali” anche senza il consenso di quest’ultimi. I casi particolari definiti “casi di necessità” per assolvere ad alcuni obblighi ben definiti, sono: l’origine razziale o etnica; le opinioni politiche, le convinzioni religiose o filosofiche; l’appartenenza sindacale; i dati genetici e i dati biometrici intesi a identificare in modo univoco una persona fisica; e infine i dati relativi alla salute o alla vita sessuale o all’orientamento sessuale della persona. Logicamente tale trattamento deve essere proporzionato alla finalità perseguita, rispettando l’essenza del diritto alla protezione dei dati e prevedendo misure appropriate e specifiche per tutelare i diritti fondamentali e gli interessi dell’interessato. In tutta la fase emergenziale sono stati fatti diversi interventi chiarificatori delle Autorità competenti per fornire un valido supporto sul concetto di bilanciamento tra diritto del singolo e quelli della collettività.

 

Ci si è trovati di fronte ad una realtà mai vista, dove la privacy veniva pressoché accantonata per un bene collettivo, una finalità ben più grande e importante rispetto a quella del singolo individuo. Oltre l’esigenza impellente della costante conoscenza di dati personali legati alla salute di ogni singola persona, questo immediato e obbligato passaggio al digitale è stato un altro campanello d’allarme per l’Autorità Garante. E’ noto a tutti infatti come durante la fase del lockdown siano diventate di uso quotidiano le parole come smart working, e-learning, contact tracing, algoritmi o intelligenza artificiale. Gli italiani hanno iniziato a concepire questa nuova dimensione della vita ben differente rispetto a quella tradizionale.

 

Antonello Soro, Garante Privacy, durante la presentazione in parlamento della tradizionale Relazione Annuale avvenuta settimana scorsa, ha ampiamente affrontato questo discorso e, a differenza degli anni precedenti dove era consuetudine illustrare solamente l’attività svolta nell’anno appena concluso, stavolta si è concentrato anche sulle ripercussioni createsi in tutti i settori della vita nazionale prodotti dall’emergenza sanitaria legata alla Pandemia.

 

Il punto nevralgico è stato ovviamente la necessità di assicurare un corretto trattamento dei dati e il rispetto dei diritti delle persone. L’Autorità Garante infatti si è trovata in prima linea nel fornire pareri e indicare misure di garanzia riguardo: effettuazione dei test sierologici; app “Immuni”; sperimentazione clinica e ricerca medica; raccolta dei dati sanitari di dipendenti e clienti; attivazione dei sistemi di didattica a distanza; e processo penale e amministrativo da remoto.

 

Soro inoltre ha posto l’accento sullo smart working, generalmente necessitato e improvvisato, che ha letteralmente catapultato una considerevole percentuale della popolazione “in una dimensione delle cui implicazioni non sempre si ha piena consapevolezza e di cui va impedito ogni uso improprio.”

“Potendo favorire una nuova articolazione dei processi produttivi in grado di accrescere efficienza e flessibilità – ha sottolineato Soro – lo smart working potrebbe ragionevolmente divenire una forma diffusa, effettivamente alternativa, di organizzazione del lavoro. Per questa ragione andranno seriamente affrontati e risolti tutti i problemi emersi in questi mesi: dalle dotazioni strumentali alla garanzia di connettività, alla sicurezza delle piattaforme, all’effettività del diritto alla disconnessione, senza cui si rischia di vanificare la necessaria distinzione tra spazi di vita privata e attività lavorativa: annullando così alcune tra le più antiche conquiste raggiunte per il lavoro tradizionale”.

 

“Il rischio che dobbiamo esorcizzare è quello dello scivolamento inconsapevole dal molto evocato modello coreano a quello cinese – ha detto Soro – scambiando la rinuncia a ogni libertà per efficienza e la biosorveglianza totalitaria per soluzione salvifica. Così, una volta cessata questa difficile stagione, avremo forse imparato a rapportarci alla tecnologia in modo meno fideistico e più efficace, mettendola davvero al servizio dell’uomo”.

 

Su temi come privacy e sovranità digitale, che si riferiscono sia alla sicurezza collettiva quanto a quella individuale, Soro è dell’opinione che l’Europa debba saper parlare con una voce sola.

 

“L’intrusione personale” fatta in questo particolare periodo storico, sicuramente a fin di bene, viola non tanto e non solo la nostra riservatezza borghese, bensì la fisiologia dell’io-digitale, della cui fisionomia noi stessi non siamo consapevoli. Lo dimostra ad esempio l’aumento del 91,5% degli attacchi di malware, e come gli atti di spionaggio e/o sabotaggio siano triplicati.

 

Soro conclude dicendo “In un contesto in cui le tecnologie Ict sono divenute, sempre più chiaramente con la pandemia, la principale infrastruttura di ciascun Paese, assicurarne una regolazione sostenibile e adeguata, tale da garantire sicurezza, indipendenza dai poteri privati, soggezione alla giurisdizione interna, diviene un obiettivo non più eludibile”.

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